Il racconto di #cimettolafaccia, con intervista ai fotografi

“E se provassimo a prender parte alle prove tecniche dei cittadini con un progetto che coinvolge non solo gli organizzatori, ma anche i cittadini?”
“Pensiamo a qualcosa che dia loro la possibilità di esprimere il proprio pensiero su Ravenna e sul percorso di candidatura”
“come facciamo a renderli protagonisti?”
“e se ci ispirassimo a Etienne Lavie e alla sua idea di sostituire i cartelloni pubblicitari con le immagini di grandi opere d’arte? Noi però potremmo mettere i ritratti dei cittadini”
E fu così che prese forma #cimettolafaccia!

Carta e penna alla mano, il tempo di perfezionare i dettagli su come diffondere i ritratti e di corsa ad Agorà 3.0 ad illustrare l’idea. Progetto votato! Fin da subito ha trovato punti di interesse comune con altre idee presentate in quell’occasione ed è nata così la Prova tecnica dei cittadini Atmosfere d’Arte Diffusa, così denominata per l’intento di creare l’atmosfera che avrebbe fatto da cornice alla visita della Commissione giudicatrice a Ravenna.

Carichi di entusiasmo e pronti a partire, un gruppetto V!RA2019 accompagnato da due fotografe, Pamela Stortoni (neo-acquisto V!RA2019!) ed Elena Fontanesi, è andato in giro per le strade di Ravenna alla ricerca degli scorci che meglio potessero rappresentare il passato e il futuro della nostra città.
Fatte le prime prove e deciso quale sarebbe stato il prodotto finale del nostro lavoro, ci siamo messi all’opera per concretizzare quella che era ancora soltanto un’idea.

“Vuoi metterci la faccia?” “Vuoi raccontarci la tua visione di Ravenna e del percorso di candidatura che la città ha intrapreso?” queste le domande che molti si sono sentiti fare durante la loro partecipazione ad eventi o mentre passeggiavano per il centro della città!
Qualcuno ha tentennato, qualcuno ha rifiutato, ma molti, anzi moltissimi, hanno accolto il nostro invito e sono diventati dei veri e propri testimonial di Ravenna e della candidatura a Capitale Europea della Cultura 2019.
Il risultato? Dall’ otto ottobre le vie di Ravenna sono state invase da 250 ritratti affissi al posto dei manifesti pubblicitari, in modo che fossero le persone a pubblicizzare la propria città attraverso un volto e un pensiero pubblicato sul nostro sito, accessibile anche attraverso la lettura del qrcode stampato su ogni manifesto. Il progetto è stato declinato, inoltre, in un flash mob realizzato durante la Notte d’Oro e ha visto la partecipazione di numerose persone di diverse fasce d’età.

Le aspettative iniziali sono state raggiunte e superate, non solo per i dati numerici: è sicuramente emozionante constatare che tante persone hanno aderito con entusiasmo al progetto, ma è ancora più emozionante ricordare che dietro ogni fotografia c’è un racconto e un confronto con la persona che ci ha messo la faccia. L’entusiasmo, l’amore per Ravenna e il desiderio di condividere idee ed esperienze sono stati il vero motore di #cimettolafaccia.

#cimettolafaccia ha avuto, inoltre, l’importante sostegno di persone che hanno messo a disposizione la loro passione e la loro professione per la realizzazione del progetto. La nostra Patrizia Cauteruccio ha incontrato i nostri fotografi e ha fatto una chiacchierata con loro, ve la riportiamo!

 

PAMELA STORTONI

Pamela Stortoni, socio V!RA2019 da febbraio scorso, nuovo membro del nostro direttivo, ha dedicato tempo e passione a #cimettolafaccia. Oltre a realizzare la maggior parte degli scatti fotografici, ha curato la pagina web dedicata al progetto con l’aggiornamento costante e la messa online dei ritratti.
Archivista di professione, fotografa per passione. Di lei conosciamo i suoi servizi fotografici, i suoi scatti particolari che indagano l’espressività dei volti e sappiamo che ha la giusta dose di curiosità per innovare il suo stile all’insegna della continua sperimentazione.

Siamo però curiosi di sapere in che modo è nata la passione per la fotografia e da quanto tempo la coltiva.

“Fin da piccola ho sempre avuto la passione per la fotografia… mi piaceva scattare e guardare le vecchie foto di famiglia, conoscere i nomi delle persone ritratte, parenti lontani e mai visti. Forse è in questi anni che è nata la mia passione per i ritratti, passione che ho iniziato a coltivare ‘seriamente’ quando, in occasione della mia laurea triennale, i miei amici mi regalarono una reflex analogica.”

Ci racconti lo scatto che meglio rappresenta la tua produzione fotografica?

“Una foto scattata ad Edimburgo, in casa di una coppia di amici. Il bello delle case in Scozia è che hanno vetrate enormi da cui entra una luce abbagliante. La loro cucina aveva al centro un bellissimo tavolo in legno: ci ho piazzato seduta la mia amica e ho scattato. Molti mi hanno detto che la foto ricorda un quadro di Hopper…per me è, in assoluto, il miglior scatto fatto fino adesso.”

Foto Pamela Stortoni, scatto a Edimburgo

Ci sono degli aspetti che prediligi nella resa fotografica di un soggetto?

“A me piacciono i primi piani, immortalare i visi delle persone, le loro espressioni.”

La foto che non hai ancora fatto, ma vorresti fare?

“Mi piace cogliere l’attimo che fugge e quindi quella degli attimi perfetti che arriveranno e che riuscirò ad immortalare.”

Nel tuo modo di fotografare ti ispiri a qualche fotografo in particolare? Hai un modello di riferimento?

“Sinceramente vado molto ad istinto e più che a grandi fotografi mi faccio ispirare da amici fotografi che non sono famosi ma che io considero ‘grandi’!”

Sei entrata nell’associazione a febbraio di quest’anno e ti sei subito buttata a capofitto nel progetto #cimettolafaccia, non solo per quanto riguarda la raccolta delle fotografie andando in giro per Ravenna a chiedere alle persone di metterci la faccia e ritraendole, ma anche curando buona parte del progetto, ci racconti questa esperienza?

“É stata una bellissima esperienza che mi ha permesso non solo di dedicarmi alla fotografia ma anche di acquisire nuove competenze. Tutto l’impegno e la fatica sono stati ripagati non appena ho visto la prima prova di stampa dei manifesti: un’emozione unica!”

 

MATTEO SIGOLO

Ho conosciuto Matteo Sigolo attraverso alcuni scatti pubblicati sul web, scatti di quelli che ti colpiscono immediatamente, carichi di colori ben misurati che vanno a stimolare le emozioni e a suscitare sensazioni (e lo dice una che al colore preferisce il bianco e nero!). Paesaggi perfetti, atmosfere oniriche. Lo osservo nuovamente dopo qualche anno e rimango in silenzio per alcuni secondi per lo stupore, dove sono finiti i colori vividi e i soggetti paesaggistici? La sua fotografia ha preso un’altra strada, ma il suo stile non è diverso. Il cambiamento che si può osservare è coerente ad un lucido percorso di maturazione stilistica che lo ha portato a sperimentare in maniera ragionata altri aspetti della fotografia.

A questo punto sono curiosa di chiedere a Matteo come e quando ha iniziato a operare nel campo della fotografia e qual è stato il suo percorso di ricerca.

“Saranno ormai 5 anni che scatto. La fotografia è nata da un momento all’altro, in modo se vuoi anche abbastanza buffo: una mattina mi sono svegliato, non so cosa avessi sognato, ho aperto gli occhi e ho detto ‘io devo imparare a fotografare’. Non sapevo niente di fotografia, non conoscevo i fotografi, non sapevo che ci fosse tutto un mondo dietro. Ne ho parlato con mio nonno, che mi ha dato i primi insegnamenti e mi ha messo in mano una macchina fotografica analogica, ho subito seguito un corso di fotografia e sono poi andato avanti da autodidatta. Ho provato e riprovato, anche sbagliando tante volte, e ho osservato tanti fotografi e tante fotografie. Da quando ho cominciato mi hanno subito colpito le fotografie paesaggistiche, l’osservazione di questo tipo di fotografia, unita al mio amore per la natura mi hanno indirizzato verso questo genere. Ho scattato così per 3 anni. Ultimamente studio i grandi autori, se prima spendevo i miei risparmi in attrezzatura ora li spendo in libri! Complice di questo cambiamento è stato anche il mio viaggio in Cina, dove ho potuto osservare situazioni del quotidiano diverse da quelle occidentali. Sono questi gli elementi che mi hanno portato a sperimentare ed indagare il movimento delle città e delle persone all’interno di esse e ad allontanarmi man mano dalla staticità del paesaggio. La fotografia di paesaggio rischiava di essere solo estetica, ben riuscita solo se riuscivi a beccare il tramonto apocalittico o le atmosfere sature di colore. Adesso ho bisogno di osservare le persone, i loro gesti e movimenti, perciò sto portando avanti dei progetti di street photography, cercando di andare avanti ed aprirmi, evitando di focalizzare l’attenzione su un unico genere fotografico.2

Dicevi che stai studiando diversi artisti, qualcuno in particolare?

“In questo momento sto studiando Gianni Berengo Gardin, fotografo ligure che ha scattato tanto a Venezia, e Gabriele Basilico. Di quest’ultimo sto leggendo molto sulla sua visione della città e dell’architettura. Studio molto anche i grandi fotografi della Magnum e gli street photographer. Fra i tanti nomi mi piace ricordare in particolare Ferdinando Scianna, Paolo Pellegrin, Massimo Berruti, Edoardo Agresti, Joel Meyerowitz, Bruce Gilden, ma ce ne sono tanti altri che ammiro.”

L’osservazione aiuta molto?

“L’osservazione aiuta tantissimo, non parlo di plagio ma di prendere spunto, che per me è molto importante. Quando inizi a fotografare e non conosci i grandi della fotografia guardi chi reputi più bravo di te e impari come vengono scattate determinate foto e i vari tecnicismi, tutto sta poi nella sensibilità e nell’occhio che una persona ha. Se non hai la sensibilità puoi portarti a casa una foto perfetta stilisticamente che rimane però solo estetica.”

Mi è capitato diverse volte, infatti, di vedere degli scatti tecnicamente perfetti, ma che mi comunicassero poco o niente ….

“Henri Cartier-Bresson diceva che una foto viene fatta con occhi mente e cuore: mente per i tecnicismi, occhi per la composizione e cuore per il sentimento. Una foto deve essere composta da questi tre elementi, ben bilanciati. Se prevale l’aspetto estetico la fotografia sarà perfetta stilisticamente, ma sarà minore il sentimento.”

Matteo, ogni fotografo indaga con il proprio occhio aspetti della realtà che lo circonda, li cattura, li fa propri, li rielabora in relazione alla propria ricerca ed esperienza e li restituisce al fruitore secondo la personale chiave di lettura. Il tuo occhio come si comporta?

“Negli anni alleni l’occhio ad osservare determinate situazioni che possono sembrare anche banali. Molte volte esco senza la macchina fotografica in mano per osservare con maggiore attenzione alcuni momenti che in genere mi colpiscono. Esco senza la macchina fotografica per lasciarmi andare nell’osservazione e per non avere il “limite” di cercare sempre di scattare. Diventa quasi un esercizio quello di provare a vedere tutto quanto ci sta attorno perché ritengo che una foto vada pensata. Fin da quando la immagini, inoltre, decidi se la vuoi in bianco e nero o a colori a seconda del momento che riesci a cogliere. Sono due concezioni e due sentimenti diversi, a volte il colore può distrarre mentre il bianco e nero può essere più diretto. Il colore, però, può legare ogni singolo elemento di una foto. La parte più bella del momento in cui stai immaginando la fotografia che vuoi ottenere è quando cerchi di prevedere l’istante perfetto, con l’osservazione riesci a prevederlo. Si tratta di quel momento in cui tutto collima in una situazione perfetta e devi essere lì per scattarla, non un passo avanti non un passo indietro.”

Ci racconti la fotografia che più ti appartiene?

“Se ripenso ai miei scatti me ne vengono sicuramente in mente due. Il primo l’ho fatto alla Giudecca, a Venezia, appena uscito dalla mostra di Salgado. Mi trovavo sopra un ponte, era buio, c’era solo la luce dei lampioni. Due persone attraversano il ponte nella mia direzione, appena sto per scattare si accende una luce nella casa a fianco e si intravvede un uomo alla finestra. Questo momento improvviso ha catturato la mia attenzione e ho scattato.”

Matteo Sigolo, Giudecca, Venezia.

“L’altra fotografia, invece, l’ho scattata a Murano. Era un tardo pomeriggio, c’era la nebbia e all’improvviso passa un gabbiano che è entrato a far parte della composizione. Ero molto ispirato da questa atmosfera che sembrava quasi una visione onirica.”

Matteo Sigolo, Murano.

In conclusione di questa chiacchierata vorrei chiederti un’osservazione sul rapporto fotografia/social, visto che siamo ormai bombardati da una gran quantità di fotografie pubblicate continuamente sui vari social network. Prima di incontrarti mi sono presa la briga di andare su Flickr e di consultare le foto che mi suggeriva fra le più interessanti degli ultimi sette giorni. Ho avuto modo di constatare che fra queste c’era un denominatore comune: colore molto acceso e saturo, tramonto e foto vintage. Mi sono chiesta, le tendenze dettate dal gusto comune possono in qualche modo influenzare il lavoro di un fotografo professionista?

“Ti dico solo che secondo me i social sono la morte della fotografia! Oramai tutti hanno la possibilità di fotografare perché la fotografia è accessibile a tutti e tutti possono diffonderle con facilità attraverso i social e il web. Una quantità così alta di materiale fa si che il livello della critica si abbassi notevolmente e che un fotografo faccia fatica ad emergere in questo mare magnum di fotografie. Mi hai parlato di Flickr e di come si possa influenzare il gusto, effettivamente la foto con colore saturo o la foto vintage o la foto di paesaggio è una fotografia più immediata e facile da capire perché è una foto estetica.”

Matteo, ti saluto chiedendoti cosa bolle in pentola.. progetti futuri?

“Mi sto dedicando a un progetto che ha inaugurato pochi mesi fa, si tratta del collettivo Inquadra, composto da sette fotografi che condividono la passione per la street photography. Il progetto è di respiro nazionale e propone iniziative di vario genere, dalle esposizioni ai workshop fino agli approfondimenti sui grandi fotografi mediante interviste e articoli.”

http://www.inquadra.org

In bocca al lupo Matteo!

 

ELENA FONTANESI

Studentessa in Biologia marina, impegnata sul versante scientifico in ricerche sul campo, Elena coltiva da anni la passione per la fotografia. V!RA2019 la conosce da anni perciò appena ideato il progetto #cimettolafaccia le abbiamo chiesto cosa ne pensasse e se era disponibile a partecipare. La sua risposta è stata un gran sorriso, tanto entusiasmo e la frase: “la città è fatta di persone, non solo di eventi e monumenti, ben vengano progetti come questi, quando si parte?”

Armata del suo sorriso e macchina fotografica al collo, ci ha accompagnati per le strade di Ravenna a ritrarre i protagonisti del nostro progetto. Nel frattempo le abbiamo chiesto, naturalmente, come e quando è nata la passione per la fotografia.

“La mia prima macchina fotografica penso sia stato un regalo da parte dei nonni alla prima comunione. Ho sempre avuto la passione per la fotografia, da piccola quando andavo in vacanza rubavo la macchina fotografica ai miei genitori e provavo sempre a fare delle fotografie. Se le riguardo adesso mi diverto, ogni tanto tagliavo le teste! In quarta superiore è arrivata una reflex. Durante la mia prima estate Sardegna ho cominciato a provare a scattare veramente. Un percorso da autodidatta, tanti confronti e suggerimenti da parte di amici che condividevano la mia stessa passione. Ho poi seguito un corso. Solo ultimamente ho cominciato a studiare i grandi fotografi e il loro modo di fotografare.”

Fra i grandi fotografi ce n’è uno che ammiri in modo particolare?

“Sicuramente Luigi Ghirri, ho appena visto fra l’altro una sua mostra a Reggio Emilia e mi ha letteralmente catturato. È stato un buono spunto, sia per quanto riguarda la parte tecnica e per il modo di inquadrare che per i contenuti.”

C’è un genere di fotografia che sperimenti maggiormente?

“Se c’è un genere che prediligo, è senz’altro la fotografia naturalistica. Questo tipo di fotografia è legato anche ai miei studi e alla mia passione per la natura. Spesso fotografo gli animali, soprattutto durante le attività di whale watching. Non è stato facile, ma molto stimolante. I delfini sono in continuo movimento, ho dovuto comprendere il loro ritmo, entrare in sintonia con loro fino ad anticipare i movimenti e riuscire a cogliere i momenti perfetti.
Mi piace molto anche sperimentare la fotografia di viaggio, nel mio modo di viaggiare, attraverso posti selvaggi, cercare la realtà del posto e provare a trasmetterla attraverso la fotografia, intrisa dell’essenza del luogo che sto visitando. L’estate scorsa mi trovavo in Sardegna per studio, ricordo ancora l’immagine di una signora che intrecciava cestini davanti l’ingresso di casa sua: è stata un’immagine che ho voluto imprimere in uno scatto.”

Se ripenso alla tua produzione fotografica, ricordo molte fotografie paesaggistiche. In quei casi qual è il tuo approccio verso la composizione della fotografia

“Adoro immergermi nella natura, prendermi del tempo, godermi il paesaggio. La fotografia è uno strumento per me per entrare più a fondo nella natura, quindi cerco di riprodurre il paesaggio nella sua interezza. Ci sono magari dei dettagli che mi colpiscono e cerco di enfatizzarli, ma sempre all’interno di una visione ampia.”

Quanto conta la postproduzione, secondo te, in una fotografia?

“Risposta standard o personale?
Io penso che la postproduzione sia un atto che conclude la fotografia, iniziata con lo scatto. Inizialmente ero abbastanza contraria a usare troppo i mezzi della postproduzione, adesso li vedo più come la possibilità di completamento di un lavoro che ha inizio con lo scatto, per riuscire a rendere il momento che hai voluto imprimere. Resto fermamente convinta che la foto magica non si può cercare nella postproduzione.
La risposta standard, quella che ho sentito più volte, sosterrebbe invece che la postproduzione sia importante tanto quanto lo scatto in se, ma non sono completamente d’accordo.”

Ci racconti uno dei tuoi scatti più rappresentativi?

“Stranamente fra le fotografie che mi vengono in mente non ci sono fotografie di paesaggio, ma fotografie di persone. Quella che sento in modo particolare per l’intensità del momento che è riuscita a cogliere l’ho scattata a Pinarella di Cervia circa un anno fa durante il Festival degli aquiloni. Ho conosciuto una coppia venuta dall’America per esibirsi durante il Festival, sono riuscita a vederli in una loro performance, erano in riva al mare. La ragazza danzava, era meravigliosa. Sono riuscita a cogliere un primo piano dei due ragazzi in cui è evidente la loro complicità e il loro legame. Mi sono piaciute come persone e sono riuscita a trasportare quel sentimento nella foto.”

Elena Fontanesi, scattata a Pinarella di Cervia

La foto che non hai ancora fatto, ma vorresti fare?

“Voglio, anzi devo fotografare un orca, è una sfida aperta!”

Patrizia Cauteruccio

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